Siamo al porto di Sciacca, sulla costa sud-occidentale della Sicilia, uno dei più antichi approdi del Mediterraneo, ed ancora oggi cuore operativo della pesca locale.
Qui il mare non è uno sfondo, ma un mestiere quotidiano.
Ecco la fiancata bianca di un peschereccio. La vernice è segnata dal tempo, solcata da colature di ruggine che raccontano anni di sale, urti e riparazioni veloci. Una balaustra blu taglia lo sguardo in orizzontale, separando i livelli della nave come una linea di confine tra il lavoro e l’attesa, tra il cielo ed il mare.
Da un piccolo oblò rettangolare sporge un braccio nudo. Il corpo resta invisibile, ma la presenza fisica è totale.
La mano pende rilassata, stanca, sporca di lavoro. È un gesto semplice, non costruito, ma più che altro un bisogno, che restituisce la misura umana del porto: pause brevi, respiri rubati tra una manovra e l’altra, mentre il motore è spento e il pesce è già stato scaricato.
Sciacca è uno dei principali porti pescherecci della Sicilia, storicamente legato alla pesca del gambero rosso, delle sardine e del pesce azzurro.
Qui le barche rientrano all’alba, e il porto diventa un teatro di voci, cassette, reti da sistemare e mani che sanno cosa fare senza bisogno di parole.
È un’economia antica, che resiste tra crisi del settore, normative sempre più stringenti e un mare che cambia.
Queste braccia che escono dalla nave sono il ritratto collettivo di una comunità: uomini abituati a vivere tra dentro e fuori, tra l’intimità stretta ed inospitale della cabina del peschereccio e l’apertura totale del mare.
Si parla di fatica, ma anche di appartenenza.
