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Roma – Italia

A Roma, nelle ore sospese di una pioggia estiva, il Colosseo appare diverso, quasi raccolto su sé stesso. Le nuvole basse schiacciano il cielo e tolgono colore alla città, lasciando spazio a una luce fredda e uniforme che fa emergere ogni ferita della pietra. L’anfiteatro si erge massiccio e silenzioso, svuotato dal rumore, come se per un momento fosse tornato a essere soltanto rovina e memoria.

L’acqua si raccoglie sul terreno, formando una grande pozzanghera che diventa specchio improvvisato. Lì dentro il Colosseo si riflette capovolto, fragile e instabile, increspato dalle gocce di pioggia che continuano a cadere.

È un doppio imperfetto: sopra, la solidità millenaria; sotto, un’immagine immateriale, che basta un passo per cancellare.

Stranamente, anche complice la pioggia, intorno non c’è la classica folla che si accalca attorno ad uno dei monumenti più famosi del mondo, non ci sono voci. Solo il rumore dell’acqua e il respiro lento della città bagnata.

Gli alberi scuri ai lati incorniciano la scena, come quinte teatrali, mentre il suolo umido racconta il passaggio recente della pioggia. È una Roma meno celebrativa e più intima, lontana dalle cartoline. Qui il Colosseo non domina, ma osserva, immerso in una quiete rara, quasi vulnerabile.

E' il racconto di un’attesa: quella della fine della pioggia, del ritorno delle persone, del rumore. Un frammento di tempo in cui uno dei simboli più riconoscibili del mondo si lascia guardare senza difese, riflesso nell’acqua, sotto un cielo che sembra voler ricordare quanto anche l’eternità, a Roma, sappia piegarsi al presente.