In una strada silenziosa dell’Avana, il giallo domina la scena.
Il muro di una casa coloniale, dipinto con un colore intenso e caldo, riflette la luce diffusa del tropico.
Al centro, una porta verde scuro rimane chiusa, incorniciata da una finestra con vetri incrociati e da un piccolo numero civico smaltato: 357.
Davanti alla facciata è parcheggiata un’automobile compatta, anch’essa gialla, quasi a voler prolungare il colore del muro sulla strada. La carrozzeria semplice, leggermente squadrata, è tipica delle vetture anni 50 ma che ancora oggi circolano a Cuba: auto sovietiche o europee dell’Est arrivate durante i decenni della Guerra Fredda e mantenute in vita con ingegno e pazienza dai meccanici dell’isola.
Le ruote sono ferme, le finestre scure. Sopra il tetto, un portapacchi nero spezza la linea liscia dell’auto.
Dietro, le grate delle finestre e le decorazioni in ferro battuto ricordano l’eredità coloniale della città, mentre l’intonaco segnato e la targa sul muro raccontano una storia più lunga, fatta di rivoluzione, di quotidianità e di resistenza urbana.
A L’Avana succede spesso: basta un’auto parcheggiata e una facciata colorata perché la strada diventi una composizione perfetta. I colori saturi, la geometria lineare delle porte e delle finestre, il silenzio momentaneo di una via trasformano la scena in un piccolo cammeo visivo della città.
Qui il tempo sembra procedere con un ritmo leggermente diverso. Lento, caldo, ma sempre immerso nei colori.
