Erfoud – Marocco
Nel deserto dell’Erg, non lontano da Erfoud, il silenzio è così denso da sembrare materia solida. La sabbia si stende a onde regolari, scolpite dal vento come un tessuto antico, e in mezzo a questo mare immobile compare una scena inattesa: un tavolo rotondo e sedie di ferro battuto, appoggiate direttamente sulle dune, senza fondamenta né ripari, completamente avulso dal luogo.
Le sedie vuote raccontano un’attesa, l'idea di una pausa appena conclusa.
Il metallo scuro disegna arabeschi sottili contro l’oro della sabbia, un contrasto netto tra l’effimero e il resistente, tra l’ospitalità umana e l’indifferenza del paesaggio. Ogni oggetto sembra provvisorio, pronto a essere cancellato dal prossimo soffio di vento.
Il deserto non fa rumore.
Non c’è ombra, non c’è fretta.
La luce è secca, verticale, e rende ogni granello visibile. Questi oggetti nel deserto sembrano una affermazione di presenza.
Un modo per dire che anche in un luogo dove tutto sembra eterno e vuoto, l’uomo può fermarsi, sedersi, e creare un momento, ma solamente un singolo momento.
Nel deserto dell’Erg, dalle parti di Erfoud, questa visione è un atto di esistenza, un incontro fragile con l’infinito.
