A Sólheimasandur il paesaggio sembra appartenere a un altro pianeta.
Una distesa infinita di sabbia vulcanica nera si estende fino all’orizzonte, piatta, spoglia, battuta dal vento che scende dai ghiacciai del sud dell’Islanda.
Non ci sono alberi, né ripari. Solo cielo, terra silenzio e pietrisco.
In questo vuoto "pneumatico", il relitto appare all’improvviso, come un errore nella mappa.
La carcassa metallica dell’aereo giace qui dal 1973, quando un velivolo militare statunitense, un Douglas DC-3 della US Navy, fu costretto a un atterraggio di emergenza su questa spiaggia dopo un guasto.
Tutti i membri dell’equipaggio sopravvissero, ma l’aereo non venne mai recuperato. Da allora è rimasto esposto agli elementi, lentamente svuotato, scolorito, trasformato dal clima islandese in un oggetto quasi astratto.
Una figura in piedi sul dorso del relitto osserva l’orizzonte. La possibilità di utilizzare il "parametro umano" accentua la sensazione di isolamento: l’uomo è piccolo, il paesaggio immenso. Il metallo piegato e aperto dell’aereo racconta decenni di tempeste, gelo, sabbia trasportata dal vento.
L’interno è nudo, scheletrico, come se il tempo avesse rimosso tutto ciò che non era essenziale.
Sólheimasandur si trova non lontano dalla costa meridionale dell’Islanda, tra il ghiacciaio Mýrdalsjökull e l’oceano Atlantico.
È una zona di outwash plain, formata dai sedimenti lasciati dalle acque di fusione dei ghiacci. Un luogo che parla di immani forze geologiche, lente e inesorabili, dove la presenza umana è sempre temporanea.
E' un relitto iconico, diventato ormai meta di viaggiatori e fotografi da tutto il mondo, ma è anche una riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente.
Qui la tecnologia non è stata inghiottita con violenza, ma semplicemente lasciata indietro. A Sólheimasandur nulla viene nascosto: tutto resta esposto, come questo aereo, come chi lo osserva, in un precario equilibrio tra cielo e terra.
