Al Passo di Resia l’acqua racconta una storia che non è mai del tutto finita.
Al centro del lago emerge il campanile in pietra, solitario, come un segnale rimasto acceso dopo l’evacuazione.
È tutto ciò che resta di Curon Venosta, il paese sommerso nel 1950 per la costruzione della diga che unificò tre bacini alpini dando origine all’attuale Lago di Resia. Tutto intorno, oggi, è silenzio e acqua di color smeraldo.
Il campanile romanico del XIV secolo si alza dal lago con una verticalità ostinata e combattiva. Le lancette dell’orologio sono ferme, ma la struttura resiste, diventata ormai simbolo di una ferita collettiva e, allo stesso tempo, di una memoria condivisa.
Alle sue spalle, le montagne dell’Alta Val Venosta chiudono l’orizzonte: pendii verdi, boschi scuri, creste che ricordano quanto questo sia un territorio di confine, tra Italia, Austria e Svizzera.
Il cielo è ampio, attraversato da nuvole in movimento che sembrano amplificare il senso di sospensione. In basso, una barca scivola lenta sull’acqua, presenza discreta in un luogo che impone rispetto. Il turismo oggi è parte della vita del lago, ma non cancella il peso della storia: sotto la superficie giacciono case, strade, vite interrotte e ricollocate altrove.
Non è solo un paesaggio alpino, ma un compromesso tra il progresso e la perdita.
Qui la natura appare calma, quasi rassicurante, ma il campanile al centro del lago è disturbante, ricorda che nulla qui è neutro.
È un monumento involontario, nato dall’acqua e dalla memoria, che continua a raccontare, in silenzio, ciò che è stato sacrificato per cambiare il corso di un fiume.
